Paradise Now - Palestina ed Israele
Ho lasciato passare tre giorni prima di scrivere questo post, principalmente perchè la testa continua a tornare al film ed ai suoi temi, ai temi della situazione tra Israele e Palestina.Non credo che riuscirò mai a capire cosa accada veramente lì. Non credo che si possa mai riuscire a capire una situazione di quel tipo senza farne parte, e pur facendone parte se ne avrebbe una visione distorta che peserebbe sempre più per una parte piuttosto che per un'altra.
Il primo interrogativo che mi son posto, a film terminato, è come mai sia finito in nomination per gli oscar come miglior film straniero. La domanda mi è sorta non per la qualità del film, di buona fattura, ma perchè dal film non arriva nessuna condanna verso i terroristi, ma risulta quasi completamente distaccato da ogni giudizio.
Un altro motivo per cui ho aspettato è che ho ancora lo stomaco che mi si chiude se penso alla scena che, a mio avviso, è la più forte del film; ovvero quando - dopo un'ora di ambientazione a Nablus - i due protagonisti arrivano a Tel Aviv. Stiamo parlando di due città separate da una distanza relativamente breve, eppure la differenza è così lampante da avere l'effetto di un pugno nello stomaco.
Da una parte una città che ricorda la Beirut vista 20 anni fa nei telegiornali, con la popolazione che cerca di lavorare dove e come può e che cerca dove trovare al prezzo più conveniente dei depuratori per l'acqua altrimenti imbevibile. Dall'altra parte invece c'è l'immagine di una società ultra-moderna, con gente spensierata che cammina per strada o sul lungomare e per sfondo grattacieli ovunque con pubblicità di dimensioni inaudite che propongono l'ultimo modello di cellulare o bibita alla moda.Com'è possibile? Com'è possibile che delle persone siano lasciate volutamente fuori da un sistema economico e di lavoro che sarebbe alla loro portata? Come è possibile costringerli a vivere in dei villaggi dove anche un bene vitale come l'acqua è un rischio per chi la beve? Com'è possibile - così come si interroga uno dei protagonisti - che gli stessi oppressori svolgano anche il ruolo delle vittime?
Ciò che non mi spiego è proprio questo, come dar torto ai Palestinesi nel giudicare gli Israeliani i loro oppressori?
Dopo tutto ciò che hanno dovuto subire è un giudizio che condividerebbe chiunque. E come condannare il desiderio di resistenza e di riscatto che vogliono portare avanti? Intendiamoci, chi ora condanna gli attentati dei partigiani verso le milizie fasciste ed i tedeschi? Non intendo le vendette a guerra ultimata, ma durante la guerra, quando si voleva liberare l'Italia.Ecco, se portiamo la situazione Palestinese sullo stesso termine di paragone...
Ma lì non c'è uno stato di guerra, in teoria. Ed allora, come sostiene alla fine l'altro protagonista, gli attacchi terroristici non fanno altro che giustificare i comportamenti di Israele, e l'unico modo per cambiare le cose è la lotta politica.
Ecco, non so voi, ma io sono in una situazione di stallo. Se da un lato condanno l'uso della violenza d'altra parte ho sempre sostenuto che in una situazione senza altre vie d'uscita com'è stato in Italia...l'unica via d'uscita è la lotta armata, o rivoluzione, o chiamatela come vi pare. Ecco, dov'è il confine tra l'avere una via d'uscita e non averla? La guerra? Ma se si arriva alla guerra vuol dire creare, forzatamente, una situazione senza vie d'uscita. Sono forse migliori i signori che hanno deciso di far guerra (uccidendo militari e d i poveri collateral damages) all'Iraq? E' così diverso avere un tiranno come Saddam Hussein dall'avere uno stato che mura in un pezzo di terra altre persone e cerca in tutti i modi di umiliarle? E' normale leggere sui giornali di uno stato che minaccia di morte i capi del governo di un altro "stato" perchè facenti parte di un partito estremista seppur democraticamente eletti? Chi è peggio dei due, chi è più estremista?
Se avete una risposta, o un modo di vedere le cose siete i benvenuti...
Se volete leggere qualcosa vi consiglio Palestina, di Joe Sacco. Se riuscite a recuperarlo guardatevi il documentario Good Times, di Alessandro Cassigoli e Dalia Castel.


antonio.dibiasio





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